Ultimo

La vita è un mistero da vivere, non un problema da risolvere. OSHO

CHI SONO

Utente: aragnof
Nome: Francesco Ultimo
Un errante alla ricerca della strada maestra

Archivio

oggi
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---
--- 2005 ---

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Sei il

*loading*

 

Visitatore

 

 

Il mio sito

Frail of heart renounce all fear.
Locked away inside all these years.
Remain in light, renounce all fears.
For you have been mesmerized.
Break this spell of silence.

Dead Can Dance

Il libro di un amico, Rino.

Your eyes forever

White Rabbit

One pill makes you larger
And one pill makes you small,
And the ones that mother gives you
Don't do anything at all.
Go ask Alice
When she's ten feet tall.
And if you go chasing rabbits
And you know you're going to fall,
Tell 'em a hookah smoking caterpillar
Has given you the call.
Call Alice
When she was just small.
When the men on the chessboard
Get up and tell you where to go
And you've just had some kind of mushroom
And your mind is moving low.
Go ask Alice
I think she'll know.
When logic and proportion
Have fallen sloppy dead,
And the White Knight is talking backwards
And the Red Queen's "off with her head!"
Remember what the dormouse said:
"Feed your head. Feed your head. Feed your head"

Grace Slick 1968
 

Il sito di un grande autore italiano

venerdì, 30 gennaio 2009

Ho la testa piegata sulla spalla, la candela muove rapida la sua fiammella inseguendo improbabili movimenti d’aria. La sigaretta si sta consumando nel silenzio del portacenere liberando una voluta di fumo azzurro. Perso nello spazio tempo dei pensieri che si accavallano e respingono gli uni con gli altri, come osservare degli spezzoni senza senso di immagini sovrapposte dagli strati del tempo.

In lontananza l’autobus riparte dalla fermata richiudendo ed ovattando i rumori delle vite che vi sono salite sopra.

Lentamente accendo il computer e avvio il nuovo player, la scena mi ricorda Deep Understanding di Kate Bush.

Sfoglio le cartelle della musica mentre gioco, come sempre col mouse, attivo la modalità di riproduzione casuale.

Guardo, attraverso il monitor, il riflesso delle luci sul muro retrostante, l'azzuro del led dell’hard disk, il rosso della candela e l’arancio dell’amplificatore. Distrattamente bevo un sorso di Boucanier bionda e seguo i pallini colorati del router che lampeggiano nel loro dialetto incomprensibile.

Le note d’avvio emergono da lontanissimo, da un mondo scomparso circa 40 secoli fa, un mondo in bianco nero che improvvisamente mi avvolge quasi come un gioco di prospettive da più piani a più schermi.

Volto la testa e lui è li in fianco a me, i sedili bassi della Mini Minor e il paesaggio che scorre veloce fuori dal finestrino. Ha ancora i capelli lunghi di una volta agitati dal vento che entra dal finestrino semiaperto.

I miei sono corti, io sono un soldato, un soldato in fuga per un giorno, un ragazzo che cerca di riassaporare profumi ormai schiacciati dal puzzo di piscia della caserma.

Insieme alle note ora riconosco anche le parole:

I walk the lonely streets,
I watch the people passing by.
 I used to smile and say hello.  
Guess I was just a happy guy.”  .

L’atmosfera ora è piena di colori e di suoni, il lago scorre li sotto di noi e rimbalza le nostre risate e lo stridio delle gomme tra una curva e l’altra. E’ il nostro posto magico, il posto in cui ci rintaniamo a immaginarci e disegnarci un mondo tutto da costruire. Una piccola terrazza che funge da attracco per barche che nessuno vede più da anni.

La villa è abbandonata ma il posto nasconde un’atmosfera magica per noi. L’aveva scoperto lui non ricordo se con la Tina o la Nadia, da allora era diventato il nostro posto. I 500 kilometri divorati all’alba e da ripercorrere a notte fonda sono un lontano fastidioso ricordo.

Ora c’è solo il silenzio tiepido di un pallido sole a coprire le nostre due vite, e quella canzone che fa da colonna sonora a questo momento.

Non capirò mai come la normalità di milioni di attimi che compongono la vita, stipati nell’immensa biblioteca della nostra mente vengano poi catalogati ed estratti, alla velocità della luce a gentile richiesta del cuore. Solo alcuni di questi, solo pochi a rappresentare un’epoca, una vita, un solo momento. L’istinto animale estrae e ti proietta in diretta il momento che neanche sapevi d’aver richiesto. La stessa ricerca ragionata avrebbe impiegato anni e non avrebbe portato che al vuoto.

“I can't see nobody... no,
I can't see nobody.
Mine eyes can only look at you... you.

Bevo un altro sorso di Boucanier e mi sento avvolto ancora da quel ricordo, reale come quando l’ho vissuto, tenero come dipinto dai colori pastello del tempo, malinconicamente lontano.

Sono più di vent’anni che ho perso di vista Tino, non so più dove stia e cosa faccia, ho solo una certezza, nel momento in cui ascolterò di nuovo I Can’See Nobody basterà che giri lo sguardo sul sedile di fianco e lui sarà li, con i capelli scompigliati dal vento e gli occhiali tondi leggermente abbassati sul naso.


Bee Gees, I Can't See Nobody (1967)


Photo by Ultimo


Photo by Ultimo


Photo by Ultimo


Chi lo dice che un trattore non possa commuovere se fa parte degli ultimi..?

Il Landini.

Il Landini non è una macchina come tutte le altre: è un pensiero che respira, un diverso modo di esistere, una zolla nei campi, un albero, un covone di fieno, un pezzo d'acciaio duro, forte, caldo e profumato d'olio. Ha l'anima del bue. Del bue ha la pazienza, l'indifferenza sfrontata che nasce dalla consapevolezza della propria forza e del suo sentirsi indispensabile. Pum...Pum...Pum... Ritmo di musica, armonia di un cuore che batte, certezza che rassicura.
Nel fango d’Aprile, umido, freddo, ostile come una colla mandata dal cielo ad impantanare la voglia di primavera, nella polvere di luglio, eterea impalpabile che sbianca i pensieri che ardono, che s'incrosta sopra il sudore della fronte, il respiro del Landini non si ferma mai, nemmeno per un attimo: Pum...Pum...Pum... Ansima sotto le gocce di pioggia che sfrigolano morendo sulle incandescenze dello scappamento, tuona i suoi spari scagliati contro il sole che sbriciola la terra intorpidita dalla calura. Pum...Pum...Pum... è la preghiera solitaria di un monaco, ossessiva fino all'estasi, è il tuono lontano di un temporale che non arriva mai. Avanti, indietro, indietro, avanti a misurare sempre lo stesso campo che non vuol mai finire, lui paziente e rassegnato come l'incedere di un vecchio che misura i propri passi, che lascia alle spalle il lungo solco lasciato dall'aratro della vita, solco sempre più lieve che svanirà nel nulla un attimo prima della fine del campo. Pum...Pum...Pum...
Chi sta sopra il Landini, inconsapevolmente si trasforma, fonde le proprie ossa col suo metallo, diventa parte della macchina, ne condivide i pensieri, entra nell'armonia di quel battito aracano, fluttua nell'aria intorno alla macchina in una dimensione fantastica. Campi, sole, polvere, sogni, sudore sono dentro la bolla azzurra che esce dallo scappamento; il tempo si è fermato là fuori: osserva e non può entrarvi. Pum...Pum...Pum...Odore di petrolio, fruscio d'erba, luce che sfuma dietro il sole al tramonto. Le ultime oscillazioni della massa volanica che sempre più lenta ondeggia su e giù, invocano il guizzo finale di una vita che si spegne: per questa sera il Landini è morto.
Morto sotto le tegole di una tettoia, il suo sepolcro sa di trifoglio spremuto sotto le ruote. Il suo ferro ora schiocca, crepita, si contrae nell'aria fresca della sera. Come tutte le creature dell'uomo anche il trattore non può sottrarsi alla condanna d’infinite morti e sicure resurrezioni; l'uomo, per loro non ha saputo inventare il sonno. Ma le sue macchine questo lo sanno ed hanno sostituito il sonno con la morte, il risveglio con la resurrezione, il fusto del petrolio con la speranza. Pum...Pum...Pum... sarà il primo vagito del mattino, il sorriso della nuova rinascita quando il calore della fiamma riscalderà ancora una volta la sua testa. Il fumo scuro che salirà dai suoi polmoni sarà il suo primo sbadiglio spalancato sul nuovo giorno. L'aiuteranno a risorgere la pazienza e l'amore degli uomini e quella trepidazione, appena velata d'ansietà, per quell'attimo d’attesa, per quel buco di silenzio nel tempo che scorre; un solo attimo prima che lo stantuffo esploda nel primo impulso, ancor fragile ma vitale come il singulto di un neonato. Si, perché il Landini non risorgerà mai solo ma lo potrà fare soltanto con l'aiuto agli uomini, dei loro gesti sicuri che il tempo ha reso esperti, confortato da quella fiamma che renderà il suo cuore incandescente, da quel volano che braccia robuste faranno  oscillare avanti e indietro, con sempre più vigore, fino al primo lungo sospiro, a quella fumata lunga, profonda che annuncia primo battito del suo motore. Pum e poi, Pum...Pum...Pum... La vita ha ripreso a scorrere nelle cavità dei suoi acciai.
Lui è il ciclope che nessun Ulisse vorrà mai accecare; non scaglierà sassi sulle navi, ma aprirà la terra sotto il vomere del suo aratro. Arcaico come una dimenticata era geologica apparirà all'orizzonte come un antico dinosauro. Pum...Pum...Pum..., lontano, una macchia scura, un pennacchio nero che svanisce dentro le brume d’ottobre.
Lo potrai trovare ovunque i tuoi pensieri ti condurranno: nel velluto ispido delle stoppie di giugno, affiancato alla gabbia di legno di una vecchia mietitrebbia. Lui le donerà il suo impulso vitale attraverso un’interminabile cinghia, che oscilla, sbatte, si tende, flette ed entro cui, come uno smisurato cordone ombelicale, l'energia scorre festosa verso le fascine di frumento nell'eterno divenire di nuove altre vite. Vite bianche, polverose, atomi di farina che una mola di pietra accompagnerà dentro la bocca di un forno perché la polvere ritorni materia, gialla compatta, profumata dal sentore sensuale del pane e della legna che arde.
Lo incontrerai solitario, dimenticato sul confine di un bosco, intento a succhiare dalle profondità di un pozzo la freschezza di un'acqua che gonfierà gli acini maturi dell'uva. Pum...Pum...Pum... sotto il sole tra il frinire delle cicale, sotto le stelle tra il canto dei grilli, sopra la terra che gli vibra intorno che rimbalza sotto le sue ruote.
Giorni e notti a far girare il suo immenso volano perché la vendemmia sia opulenta perché sia gaio il liquido che scenderà nelle gole dei contadini nel gelo dell'inverno. Gelo e calore, tramontana e torpore, neve e tizzoni ardenti per tutti gli uomini, mentre il Landini avrà una più lunga sepoltura sotto la sua polvere tra le ragnatele ed il profumo della stalla.
Ma adesso è ancora là sul confine di quel bosco, caldo sotto le foglie ancora verdi di un settembre che non vuol diventare autunno; poco petrolio per giorni di fatica senza conforto. Pum...Pum...Pum... Il suo battito riempirà i giorni e le notti, i temporali e la grandine, la luna e le stelle, ma puoi star certo che in una notte qualunque, quando meno te lo aspetti, lo vedrai volare in cielo oscurando le stelle con il suo corpo d'acciaio, finalmente affrancato dalla gravità, finalmente vivo per sempre. Pum...Pum...Pum...  

Rinaldo C..

Rinaldo, come Tino è un mio vecchio compagno di scuola. Credo di non averlo mai visto con le mani pulite, qualche macchia di grasso, di olio o di benzina ce la potevi trovare sempre e la sua posizione preferita è quella chinata ad adorare un motore, qualsiasi esso sia. Sono contento di ospitarlo qui nel mio spazio.
Ultimo

da it.wikipedia.org

...La Landini trattori fu fondata nel 1884 da Giovanni Landini, sotto la denominazione di Fabbrica di Attrezzi Agricoli ed Enologici. Inizialmente la produzione dell'impresa riguardò macchinari a vapore come le Locomobili, ma nel 1910 Giovanni Landini costruì il suo primo motore fisso a testa calda. L'idea non è del tutto originale, in quanto i motori di questo genere sono già stati impiegati all'estero, particolarmente in costruzioni navali. Landini, tuttavia, ha il merito di applicare, primo in Italia, questa soluzione a macchinari per uso agricolo....

 

 



postato da: aragnof alle ore 17:35 | link | commenti (17)
categorie: ricordi